“Da piccolo pensavo di essere omosessuale perché sapevo disegnare”

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Questa mattina mi sono svegliata, di Natascha Lusenti

Questa mattina mi sono svegliata e ho pensato che mancano sette giorni all’inaugurazione delle Olimpiadi più costose della storia. Poi mi è venuto in mente il pugno chiuso nel guanto nero alzato da due atleti americani durante l’inno nazionale. Erano i Giochi di Città del Messico del 1968 e quello era il loro modo di dire che, sì, erano il primo e il terzo al mondo nei 200 metri, ma sapevano anche cosa succedeva nel loro Paese e nessuno doveva essere discriminato per il colore della pelle. Furono sospesi ed espulsi dal villaggio olimpico. Oggi il presidente degli Stati Uniti, che è nero, ha deciso di mandare alla cerimonia di apertura di Sochi la prima atleta professionista a dichiararsi lesbica, cosa che le costò tutti i contratti pubblicitari e anni di spese per gli avvocati. Sarà lei il simbolo della bandiera arcobaleno, per dire che nessuno deve essere discriminato a causa di chi decide di amare. Allora mi è venuto in mente un pezzo rap, molto bello e molto premiato, che comincia così: “da piccolo pensavo di essere omosessuale perché sapevo disegnare”. E mi sono chiesta quanta forza è necessaria per non avere paura di non piacere agli altri.

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