Questa mattina mi sono svegliata, di Natascha Lusenti

Questa mattina mi sono svegliata e mi sono chiesta quale degli uomini che ho visto piangere mi ha emozionata di più. È mio padre. È stato tanti anni fa. Era un momento drammatico per la nostra famiglia e lui entrò in camera mia, dove eravamo mio fratello ed io, si sedette sul divano, si prese la testa tra le mani e pianse. Ricordo la reazione del mio corpo. Le dita dei piedi sono diventate uncini per tenermi aggrappata. Lo stomaco è diventato una polpetta deformata dal batticarne. Il cuore si è fatto prigioniero in una gabbia di ferro insonorizzata. Poi ho pensato agli antichi, perché per loro il pianto era sinonimo di vita e di vitalità , così come il sangue, il sudore e i liquidi dell’amore. Io non ho preso da mio padre, ho preso da mia madre e ho pianto molto e qualche volta ho provato l’impotenza delle lacrime che disfano gli occhi e il pensiero, senza portare alcuna catarsi. Allora mi è venuta in mente quella volta in cui singhiozzavo e mi sono trovata davanti gli occhi spalancati della mia gattina. Mi sembrò che mi guardasse con rimprovero, ma probabilmente era solo che non capiva cosa fossero quei suoni che emettevo. E ho pensato a uno psicologo olandese che per tutta la vita ha studiato il pianto degli esseri umani e dice che non è mai catartico e che può essere di due tipi: se è di dolore, è comune a quello di altri animali, se invece segnala sofferenza psichica e morale, è unico della nostra specie. E mi sono chiesta quanti uomini e quante donne ci sono in giro capaci di piangere per il male degli altri, per chi resta indietro e per chi si perde.
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